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Come la pandemia ha costretto i Paesi europei a compiere passi senza precedenti verso la fiducia e la corresponsabilità

I negoziati al Consiglio dell'Unione europea (Bruxelles, 21 luglio 2020)

I negoziati al Consiglio dell'Unione europea (Bruxelles, 21 luglio 2020) [Copyright: European Union

Il processo d’integrazione europea, come tutti i grandi progetti, si è sviluppato fin dall’inizio (una data per tutte: 9 maggio 1950, Dichiarazione Schuman) in modo variegato, altalenante, con grandi slanci e improvvise cadute. Di queste ultime, il primo esempio è il progetto della Comunità Europea di Difesa tanto auspicato da uno dei padri dell’Europa, Alcide De Gasperi, e naufragato negli egoismi nazionalistici. Gli avvenimenti storici successivi hanno poi dimostrato che se l’Europa avesse avuto un esercito comune tante situazioni avrebbero potuto avere sviluppi diversi. In questa altalena uno dei punti più bassi è stata la gestione, da parte degli organismi europei, della crisi 2008-2011 e anni successivi – la cosiddetta crisi Lehman Brothers – che ha messo l’Unione di fronte alle fragilità dovuta alle sue molteplici anime, dovuta anche alla concomitante stagione delle numerose adesioni: dal 2004 al 2013 l’UE è passata da 15 a 28 membri (ora 27 dopo la Brexit).

UNA SVOLTA INSPERATA

È con grande entusiasmo e meraviglia, quindi, che poche settimane fa, abbiamo assistito ad uno dei più grandi capovolgimenti della storia dell’integrazione europea: la creazione del Recovery Fund e l’adozione del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, predisposti per affrontare la grande crisi della pandemia. Il primo è il piano di investimenti per 750 miliardi fra prestiti e sovvenzioni, abbinato al secondo che consiste nel bilancio UE dei prossimi 7 anni. In parole molto semplici, gli Stati europei hanno deciso che per far fronte a un’emergenza così acuta è necessario ricorrere ad un debito comune europeo, un tema finora osteggiato dai più. Si potrebbe dire c’è voluto il Covid-19 per “risvegliare” l’UE e i singoli Stati sul fatto che costituire una comunità implica solidarietà e fiducia. L’obiezione è giusta, ma non va dimenticato che il progetto attuale nasce dall’immane conflitto della Seconda guerra mondiale e dalla consapevolezza, soprattutto di italiani, francesi e tedeschi, che nel futuro non ci poteva essere che un progetto di pace, di unione e di corresponsabilità. Leggi il resto di questo articolo »

Al voto il 26 maggio

Al voto il 26 maggio

Le elezioni europee sono alle porte, puntuali ogni 5 anni. Per la 9° volta dal 1979 gli elettori dell’Unione europea saranno chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento europeo, la cui composizione avrà effetti anche sulla composizione della futura Commissione europea.

Cresce negli anni la consapevolezza del ruolo giocato dalle istituzioni comunitarie nella vita quotidiana, così come crescono le posizioni estremiste che pongono il falso dilemma: “Europa sì, Europa no?”.

Quest’anno il cittadino ha una serie di strumenti in più per prepararsi consapevolmente al voto del 26 maggio, utilizzando alcuni strumenti e confrontandosi con alcuni manifesti molto interessanti:

Come punto di raccolta di molti spunti di preparazione al voto suggeriamo il sito:

http://www.agensir.it/europeforus/

realizzato da AGENSIR e dal Parlamento europeo

Una delegazione di Vescovi dell’Emilia-Romagna ha visitato le istituzioni europee a Bruxelles.

Il 19 e 20 novembre scorsi Mons. Matteo Zuppi (Arcivescovo di Bologna) ha guidato una delegazione di alcuni confratelli di diocesi emiliano-romagnole in visita a Bruxelles per incontrare rappresentanti delle varie istituzioni: non solo comunitarie, ma anche ecclesiali: la COMECE e la Caritas Europa.

I Vescovi dell'Emilia-Romagna con la Vice-Presidente della Commissione europea Federica Mogherini - © European Union, 2018 / Fonte: EC - Audiovisual Service / Photo: -

Oggi è molto facile e politicamente remunerativo sparare a zero sull’Unione europea e anche gli Italiani, tradizionalmente favorevoli all’integrazione europea, manifestano sempre più disaffezione. Questo può essere un segnale positivo, se letto come reazione a una realtà che non pecca di eccessiva trasparenza e volontà di farsi capire. Tuttavia, l’onestà intellettuale che deve albergare anche nell’animo cristiano, ci deve portare a grattare la superficie, eliminare il rumore e capire veramente qual è la posta in gioco. Risulta evidente, allora, come riferito da S.E. Mons. Ambrosio (Vescovo di Piacenza-Bobbio e per cinque anni vice-presidente della COMECE): “Non si tratta di dire «sì» o «no» all’Europa, ma di costruire un’Europa con un’anima, con un respiro trascendente che guarda oltre l’effimero e il provvisorio e non si limita a qualche interesse economico” (Intervista a Il Nuovo Giornale).

Siamo grati ai Vescovi per la visita a Bruxelles, soprattutto perché hanno contrapposto la concretezza dell’incontro di persona alla superficialità dilagante con cui anche molti fedeli ormai guardano all’insieme degli organismi che incarnano oggi l’integrazione del Continente. La reazione più ossequiosa della storia e del futuro dei nostri popoli è la conoscenza, il dialogo e la ri-costruzione di un’Europa unita che esprima davvero il fatto che i suoi abitanti sono una famiglia di popoli (Papa Francesco, Discorso al Parlamento europeo, 25/11/2014).

I motivi di biasimo per l’Europa delle istituzioni si accumulano da anni, ma c’è un modo per reagire da discepoli di Cristo: l’impegno e la speranza

Il 9 maggio 1950 il Ministero degli Esteri francese Robert Schuman, oggi Servo di Dio, pronunciava la celebre Dichiarazione con cui annunciava l’intenzione di Germania e Francia, fino a ieri ataviche nemiche, di unire la produzione di carbone e acciaio sotto un’autorità comune, per togliere la materia prima della guerra agli egoismi nazionali. Prendeva via così il lungo cammino dell’integrazione europea. Ogni anno, quindi, il 9 maggio è la festa dell’Europa, celebrata con un dispiegarsi di eventi e iniziative – anche spirituali – che hanno l’obiettivo più concreto di far conoscere meglio l’Unione europea ai cittadini e di far riflettere ad un livello più elevato dove vogliamo andare.

Per noi di Cooperazione Cristiana per l’Europa, celebrare il 9 maggio 2018 significa interorizzare il binomio IMPEGNO e SPERANZA. Non è da figli di Dio rimanere alla finestra, magari proferendo critiche e lamentele a tutto spiano, né cedere alla tentazione (!) del disfattismo. Gli ultimi tre Pontefici, in particolare, l’hanno ripetuto in tutti i modi:

Papa Francesco alla conferenza (Re)thinking Europe - Fonte: COMECE

Papa Francesco alla conferenza (Re)thinking Europe - Fonte: COMECE

  • San Giovanni Paolo II ha dedicato al continente l’esortazione apostolica Ecclesia in Europa (28 giugno 2003), il cui sottotitolo ammicca alla virtù teologale di cui sopra: SU GESÙ CRISTO,VIVENTE NELLA SUA CHIESA, SORGENTE DI SPERANZA PER L’EUROPA.
  • Papa Benedetto XVI, ben prima della scelta del nome del Patrono d’Europa e fondatore del monachesimo occidentale, ha donato alla Chiesa molte pagine preziose sul tema dell’Europa delle istituzioni e dei popoli. E la sua seconda enciclica è intitolata proprio SPE SALVI (Nella speranza siamo stati salvati), del 30 novembre 2007.
  • Papa Francesco, non europeo, ha già dedicato agli europei moltissima attenzione, riassunta in un volume curato da Lucio Caracciolo e Andrea Riccardi (Sognare l’Europa), a cui è seguito il discorso al convegno (Re)thinking Europe della Comece (ottobre 2017). Il tema dell’impegno e della speranza sono molto chiari in quel testo:

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Riuniti per la plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), i nostri Vescovi stanno lavorando per iniettare all’Europa ciò che solo un discepolo di Cristo può fare in modo definitivo e immortale: ridare speranza.

Riportiamo qui la parte finale, dedicata all’UE, della prolusione del Presidente del CCEE, l’Arcivescovo di Genova Card. Angelo Bagnasco (fonte: www.ccee.eu)

[...] Anche l’Unione Europea sta a cuore a noi tutti, Pastori del Continente. E a tutti i cittadini di questa grande terra – qualunque sia il ruolo di ciascuno – ci rivolgiamo con rispetto e convinzione. Il sogno di questa unione come “famiglia di popoli” e “casa di nazioni” è sempre attuale, tanto più se guardiamo il mondo e i “giganti vecchi e nuovi”. Non spetta a noi fare dei calcoli di tipo economico e commerciale, ma è nostro dovere ricordare a tutti che l’Europa non è un complesso puramente geografico, né soltanto un gruppo di popoli, ma è un compito spirituale ed etico; non è un organigramma, ma è un corpo vivente, una comunità di vita e di destino.
L’immagine europea di persona è determinata nel modo più profondo dal cristianesimo: il Vangelo è stato l’alveo che ha dato sintesi a diversi contributi che la storia del continente ha conosciuto. Il Signore Gesù – rendendo l’uomo figlio di Dio – gli ha conferito una dignità unica, gli ha dato come criterio della libertà la verità, tanto che – tagliando la radice trasformante di Cristo – la dignità umana rischia di non avere fondamento. Per questo il Santo Padre ha insistito sulla “dignità trascendente” dell’uomo (cfr Papa Francesco, Discorso al Parlamento Europeo cit), dove quel “trascendente” esprime la sorgente e la migliore garanzia del valore irripetibile di ogni persona, nonché la sua stessa relazionalità che si oppone ad ogni cultura esclusivista.
All’origine dell’Europa, dunque, non troviamo solo una dimensione genericamente spirituale, ma specificamente cristiana. Per questa ragione Novalis – già nel 1799 – scriveva che “Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo, allora essa cesserebbe di essere” (La Cristianità, ossia l’Europa). E il filosofo ebreo Karl Löwith affermava con lucidità: “Il mondo storico in cui si è potuto formare il ‘pregiudizio’ che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la ‘dignità’ e il ‘destino’ di essere uomo, non è originariamente il mondo (…) del Rinascimento, ma il mondo del cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo (…) Con l’affievolirsi del cristianesimo è diventata problematica anche l’umanità” (Von Hegel zu Nietzsche, 1941).

Potrà il Davide europeo essere se stesso? Noi crediamo di sì, se verrà ricuperato il sogno dei veri Padri Fondatori, uomini liberi nella verità e quindi realisti senza pregiudizi di alcun tipo, neppure verso la religione. Noi crediamo di sì non perché L’Europa possa sopraffare gli altri, ma perché nel consesso dei popoli ha qualcosa di decisivo da offrire grazie alla sua storia ancora feconda.